lunedì 1 ottobre 2007

Pellegrinaggio verso Loreto - Il diario un mese dopo

Oggi è già passato un mese esatto dall'Agorà di Loreto dell’1 e 2 settembre scorsi. Una volta tornato mi ero riproposto di fissare su un testo scritto le storie di quei giorni e le impressioni sui tanti compagni di avventura di quella che è stata la migliore vacanza della mia estate.
Con un po’ di ritardo ecco il diario di quel viaggio.






Da martedì 28 agosto a domenica 2 settembre ho trascorso 6 giorni nelle Marche, in pellegrinaggio alla volta dell’Agorà dei giovani cattolici italiani, il grande incontro con il papa che si è svolto l’1 e il 2 settembre nella spianata di Montorso, nei presi del santuario di Loreto. Ad accompagnarmi in questo viaggio 12 ragazzi del mio gruppo di catechismo tra i 15 e i 16 anni (in realtà 3 erano “ospiti” di fuori parrocchia), la mia compagna di catechismo Panic e don Giuseppe Dossetti, il nostro parroco di San Pellegrino.





Martedì, il primo giorno, siamo arrivati in treno fino a Serra San Quirico (AN), dove il parroco locale don Michele Giorgi ci ha fatto visitare lo splendido borgo medievale aprendoci anche le porte della chiesa di Santa Lucia, normalmente chiusa al pubblico. Dopo poche ore di ristoro, siamo partiti a piedi alla volta di Castelletta, un paesino collinare di una trentina di anime a 8 km (tutti in salita!) da Serra.





Mercoledì 29 è stato il giorno riservato alla visita alle grotte di Frasassi, che siamo riusciti a raggiungere (tappa di 14 km tra saliscendi) dopo esserci persi in un bosco a causa di un sentiero interrotto e dopo essere stati fermati da una pattuglia di carabinieri curiosi. Ogni commento allo spettacolo delle grotte è superfluo, chi c’è stato può capire.
La sera, anche grazie ad una messa “su misura” di don Giuseppe, ci ha fatto trovare un’intimità quasi mai provata con i ragazzi. Per la prima volta, in quel mercoledì di agosto, mi sono sentito veramente parte di un’unica famiglia con quel gruppo di . La stessa cosa succederà la sera successiva, il giovedì (ma solo fino a cena). Poi direi mai più, purtroppo. O almeno non con tutti i componenti del gruppo.





Giovedì 30 è stata la volta della tappa più complicata (oltre ad essere stata la prima tappa della Chicca, dopo la febbre di primi due giorni): 19 km da Castelletta a Cupramontana con una rampa finale durissima. Il morale era altissimo. Ormai il gruppo era carico, riuscivamo a spalleggiarci a vicenda nei momenti difficili cantando Tiziano Ferro e tutti avevano capito che non sarebbe stata una vacanza per signorine. Ciononostante, la fatica delle prime due giornate si sentiva nelle gambe e ogni quarto d’ora c’era qualcuno che inevitabilmente chiedeva “Siamo arrivati a metà?” oppure “Quanto manca?”, e le risposte non erano quasi mai molto incoraggianti.
La tappa era lunga e non si doveva lasciare spazio a facili ottimismi, me la ricordo ancora: Castelletta, Grotte, S. Giovanni, Precicchie, Domo e poi altri 10 km prima di raggiungere Cupramontana, 10 km di nulla intervallati solo da un’abbazia con una quercia nel giardino, sotto la quale avevamo deciso di fermarci a pranzare.


Fortunatamente, però, qui la Provvidenza (Enza per gli amici) ci fece visita per la prima volta. Don Giuseppe, che aveva raggiunto Cupramontana al mattino in pulmino, arrivò all’abbazia insieme a 3 ragazzi di Cupra (il mio angelo custode si chiamava Matteo) che ci accompagnarono su al paese in auto, risparmiandoci la terribile salita finale, e permettendoci soprattutto di accettare l’invito a pranzo alla corte di don Maurizio, il gioviale beverendo di Cupramontana, che ci accolse con un pasto caldo come non lo si gustava da giorni e con una buona dose di Verdicchio.


La sera l’abbiamo trascorsa ad una festa organizzata a Pianello, un paese vicino a Cupra. In realtà io e la Panic non eravamo entusiasti all’idea di dover andare ad una pallosa festa paesana dopo 28 km di cammino in 3 giorni. Ma alla notizia dell’esistenza di questa festa tutti gli ormoni delle ragazze sono usciti allo scoperto all’unisono e nessuno avrebbe avuto il coraggio di dire loro che si stava in casa. Non abbiamo fatto in tempo a dirgli di questa festa che le ragazze si sono tutte fiondate a passarsi la matita sugli occhi, il rossetto sulle labbra e a mettersi le maglie più aderenti che avevano. Per me è stato un mezzo shock. Le avevo lasciate a giugno che giocavano con i bambini del campo giochi, ritrovarle così mi ha fatto un po’ effetto, non un cattivo effetto sia ben chiaro, solo che mi aspettavo almeno un preavviso…


Alla festa abbiamo fatto la nostra brava figura da cretini, improvvisando un bans davanti a 150 persone, ma il bello doveva ancora arrivare.


Di notte, mentre noi maschi dormivamo sul pavimento nel nostro appartamento in periferia, le ragazze hanno dato il meglio di loro stesse cercando il tet-a-tet con un branco di tauro-trentini accorsi sottocasa loro attirati probabilmente dal forte odore di feromone che le donnine spandevano per l’aere. Nella circostanza le giovani sanpelline hanno tclamorosamente la povera Panic, che ricordo come se fosse ora, ci rimase davvero male. “Mi avevano assicurato che li avrebbero salutati un attimo e basta; – raccontò la Panic – mentre dopo 30 secondi si erano già allontanate di mezzo chilometro”. Povera Panic…ma forse non si ricorda come noi trattavamo Ema, il nostro vecchio catechista.


Ah, dimenticavo il buon vecchio
Sante, un personaggio un po’ Pietro Pacciani un po’ Paolo Villaggio che arrivò di soppiatto nel cortile dove stavamo cenando e ci offrì due bottiglie di Visciola fatto da lui, che poi sarebbe vino all’amarena (buono veramente!). Questo è solo per raccontare uno dei tantissimi episodi di inaudita familiarità che abbiamo incrociato in queste giornate.





Venerdì 31, in cammino verso Cingoli (da dove poi avremmo preso il bus per Macerata), abbiamo mangiato al sacco nel cortile di un tunisino molto accogliente. Poi don Guseppe ha pensato bene, con una manovra ai limiti della comprensione umana, di bucare il copertone del Ford Transit contro la lama di un aratro. Morale: la Panic con i ragazzi su un bus verso Cingoli, io e il don (che continuava a ripetere “Signore pietà!”) a cercare di cambiare la ruota, chiaramente senza cassetta degli attrezzi. Enza anche qui ci ha messo una pezza grande almeno quanto una banconota da 100 euro (cioè quello che ci ha fatto risparmiare). Il tunisino ha accompagnato il don al bar, il don ha trovato un meccanico al bar, il meccanico vista la situazione non ha voluto un soldo e ci ha pure trovato un suo amico gommista, che ha voluto solo 10 euro per una gomma nuova.


Prima di Loreto una roba così l’avrei chiamata “una gran botta di culo”. Oggi ho imparato a chiamarla Provvidenza (non si finisce mai di imparare).
Nel tardo pomeriggio di venerdì anche io e il don riuscimmo a raggiungere Macerata, dove fummo piazzati in diverse famiglie. Io sono capitato in casa con Lauro, Paola e il piccolo Massimiliano di 8 anni, che mi hanno trattato come un figlio (grazie!!!).





Il giorno dopo, sabato 1° settembre, era finalmente il gran giorno. Dopo aver salutato don Giuseppe (che doveva tornare a Reggio per un matrimonio) arrivammo alla spianata di Montorso di buon’ora, intorno alle 9.00. Il resto, è storia. Da un pellegrinaggio di poche persone, dove la dimensione del viaggio era quella dell’intimità, ci siamo trovati catapultati in una conca sterminata insieme ad altre 300.000 persone.


A Loreto ci hanno poi raggiunto gli altri due gruppi della nostra parrocchia, ed è stato bellissimo essersi ricongiunti in un posto così lontano da casa, ognuno con la sua storia da raccontare. Ci ha dato il senso di essere giunti ad una meta comune.
Il momento più significativo del sabato, e forse di tutto il nostro viaggio pre-Loreto si è concretizzato quando abbiamo cantato a cappella la canzone del giorno (Tutto è possibile dei Finley) e letto l’ultimo momento di preghiera del nostro pellegrinaggio. Il personaggio del giorno era don Tonino Bello, e il brano che avevamo scelto (che è
questo) parlava del mandato di carità proprio di ogni cristiano, completando un percorso che partiva con la spoliazione di San Francesco, passando dalla critica agli eccessi dell’opulenza di Padre Alex Zanotelli, fino ad arrivare a Don Lorenzo Milani, maestro di come far maturare i propri talenti attraverso lo studio e l’applicazione.


Ricordo ancora la FranciO che disse “Bello questo pezzo”. Ecco, in quel momento stavo per piangere. Non perché mi sentissi gratificato da quelle parole semplici ma così sentite, ma perché percepivo che quelle di lì a poco sarebbe arrivata la fine di un percorso stupendo, durato 4 giorni. Niente di male, sia chiaro, ma è sempre dura chiudere una parentesi così bella e importante. Il cerchio di lì a poco si sarebbe inevitabilmente rotto, e il nostro cammino insieme si sarebbe (giustamente) concluso per lasciare spazio alla grande Agorà dei giovani.





Sabato pomeriggio il papa ha parlato a braccio ai giovani presenti, (
qui le parole di Benedetto ), mentre la sera è stata la volta di padre Bossi, che ha commosso l’intera spianata con le sue parole di perdono sincero e motivato per i suoi rapitori. Sembrava come se padre Bossi, nell’affrontare i temi della povertà e della carità avesse ripreso il filo del nostro libretto. Della serata ricordo con particolare affetto Vieni da me de Le Vibrazioni. Durante quel pezzo, ci stringemmo in un grande abbraccio come se non avessimo dovuto mollarci mai più. Un posto speciale nel cassetto dei ricordi meritano le parole della Panic di qualche giorno dopo, quando mi scrisse: “Ti ricordi Vieni da me? Ecco, vorrei che si portassero dentro il ricordo di quell’abbraccio e che gli dia la forza di non gettarsi via”. Non sono ancora di aver colto il nesso di questa frase, ma l'amore che c'è dentro, quello si sente a pelle.





Il giorno dopo (
qui l’omelia del papa), dopo quasi 2 ore di cammino per arrivare a prendere il treno, ci siamo trovati catapultati da un capotreno poco sveglio su un treno privato diretto a Milano, che non faceva fermate intermedie. Non si sa come, i controllori sono riusciti a farlo fermare a Rimini. Alla fine anche quest’ultima volta ci andò di lusso. Fu la terza e ultima apparizione di Enza (o forse spesso appare anche dalle parti di Reggio, ma non siamo così abituati a riconoscerla). Alle 21.30 eravamo tutti a casa. Sani e salvi. Con un sacco di stanchezza nella carne, un sacco di energia nel cuore e un po’ di preoccupazioni nella testa, in vista dell’imminente ripresa di scuola e lavoro.





Oggi a distanza di un mese, in una mezzanotte qualsiasi di inizio autunno, pensando a quei giorni verso Loreto, mi sento solo di ricordare, un po’ malinconicamente, una massima di Milan Kundera:
"Il tempo umano non ruota in cerchio, ma avanza veloce in linea retta. E' per questo che l'uomo non può essere felice, perchè la felicità è desiderio di ripetizione."


(beh, in realtà spero di essere felice come in quei giorni molto presto, la massima era solo per dire che quelli sono stati giorni veramente irripetibili e che purtroppo non torneranno più).

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