lunedì 18 febbraio 2008

Ricordando Mitrovica

Quando entrai a Mitrovica subito mi sembrò una città abbastanza comune. Era esattamente così che mi aspettavo una grande città albanese: chiassosa e disordinata. Inquinata, intasata di auto scassate degli anni ’80, con commercianti di fortuna che tentano di vendere di tutto (compresi polli vivi) ai bordi delle strade, con un sacco di baracchini che propongono cibi locali che in Italia faremmo fatica a dare al nostro cane.

Nel suo caos, sembrava comunque una città serena . L’impressione era che questa fosse la sua natura.

Non sembrava una città violentata dalla guerra. Era il 2005, a 6 anni dalla pulizia etnica di Milosevic.

Questo era quello che traspariva visitando la parte sud di Mitrovica. Proseguendo verso nord, cioè verso il confine con la parte serba della città, la sensazione cambiò in fretta. Dal caos si passava rapidamente alla desolazione.

Mitrovica, per chi non lo sapesse, è divisa in due, squarciata a metà senza pietà, nella geografia come nell’anima. La parte sud della città è in mano agli albanesi-kosovari, a nord si trovano invece i serbi. Un po’ come la Berlino post-bellica, ma con un fiume al posto di un muro a dividere le due parti della città.

Avvicinandosi al ponte della discordia, le strade di Mitrovica-sud si facevano vuote e silenziose. L’ultima forma di civiltà che incontrai fu una piccola edicola (ricordo ancora che lì ci trovai Repubblica di 2 giorni prima), poi, prima del fiume Ibar, solo un altro baracchino che una volta vendeva panini o roba simile, ma vuoto e con i vetri spaccati.

Poi arrivò il ponte. Mi sembrava di essere in uno di quei film apocalittici dove il protagonista ha l’impressione di essere l’ultimo uomo sulla terra. Per fortuna eravamo in gruppo, e questo aiutava a stemperare la tensione.

Ma quando attraversai il ponte presidiato da un mezzo militare del contingente internazionale francese, percorrendo uno stretto corridoio delimitato da filo spinato, provai un tonfo al cuore. Per la prima volta nella mia vita, mi sentivo su un campo di guerra. Pensare che c’era gente che con quella sensazione deve conviverci un’esistenza intera è stato terribile.

In realtà in quella città non c’erano nè vittime né scontri da quasi due anni e mezzo, da quando la morte di tre bambini albanesi nell’Ibar diede il via ad una primavera di sangue con 7 morti e 200 feriti. A testimonianza che le cose sembravano particolarmente tranquille anche il fatto che i militari ONU non ci chiesero neppure i passaporti (forse semplicemente perché avevano visto che eravamo pronti a mostrarli).

Dall’altra parte del ponte iniziava un’altra dimensione. Anche se non subito. In riva all’Ibar c’erano file sconfinate di palazzoni in perfetto stile sovietico completamente abbandonati. Lì i segni, anche fisici della guerra si vedevano. Nei primi 300-400 metri dal fiume c’erano solo palazzi vuoti sbeccati dalle pallottole e con i vetri rotti. “Dalle finestre di questi grattacieli sparavano un sacco di cecchini – ci raccontava il nostro cicerone Massimo – perché erano ad un’ottima altezza e soprattutto erano nel punto più vicino alla parte albanese della città”.

La nuova dimensione iniziava una volta abbandonata la riva del fiume. Bastò addentrarsi per quasi un kilometro in Mitrovica-nord per ritrovarsi in una “quasi” normale città occidentale. C’erano negozi normali, c’erano barettini all’aperto normali, c’erano persone normali per strada. Tutto il contrario di Mitrovica-sud, che a me occidentale sembrava una fiera di paese permanente.

In quel kilometro che separava la parte sud dalla parte nord, si vedeva tutta la differenza tra l’etnia albanese e l’etnia serba del Kosovo. Napoli vs. Bolzano, istinto vs. ragione, brutti vs. belli.

Una cosa era chiara. Nessuna delle due etnie era ancora disposta a cedere terreno alla controparte. E tutti erano ancora convinti delle proprie ragioni. Difficile capire chi avesse ragione. Troppo facile dire che solo gli albanesi furono massacrati, troppo facile etichettare i serbi come portatori di morte. Ormai, per colpa delle violente rappresaglie albanesi, si era arrivati al punto di non ritorno.

Nessuno aveva ragione, tutti avevano torto. Questa è la guerra. È odio allo stato brado.

E a Mitrovica quest’odio lo si respirava nell’aria. Sul ponte dell’Ibar, guardando i palazzi abbandonati, ma soprattutto entrando in un negozio. Si trattava di un negozio di souvenirs se così si può dire. Era a Mitrovica-nord e vendeva magliette, spille, gadgets, documentari e quant’altro che inneggiavano alla lotta contro gli Stati Uniti, alla Serbia unita, alla massacro degli albanesi, oltre che ai liquori tipici bevuti dai mercenari serbi e tante altre belle amenità. Uscendo da quel negozio mi invase la tristezza. Pensai subito che la situazione in quella città non si sarebbe potuta risolvere prima di due generazioni.

Oggi, dopo altri 2 anni e mezzo di “pace forzata”, il Kosovo si dichiara indipendente. Due anni sono pochi, sia per riscrivere la storia sia per cambiare la testa della gente.

In questo caso rimane solo la speranza. La speranza che la gente di Mitrovica trovi la forza di cancellare il passato. La speranza che siano troppo stanchi per combattere a vuoto. E per finire, la speranza che l’esercito europeo rimanga ancora a lungo su quel maledetto ponte.

La foto dei soldati è di Nunne, la foto del ponte viene dal sito di Raffaele Bonivento e la foto del cartello è di Nicoland.

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