mercoledì 23 aprile 2008

Ritorno alle origini

Questa mattina di fianco a casa mia hanno inaugurato un cippo commemorativo in ricordo di due partigiani (Bruno Bonicelli e Renzo Lazzaretti) uccisi dai tedeschi il 23 aprile del 1945. Per un motivo o per l'altro mi hanno chiesto di fare un'intervista ad un testimone dell'uccisione di uno dei due caduti.



L'intervista, insieme ad un comunicato stampa, dovrebbe uscire domani sui quotidiani locali.

Tornare a scrivere sulla carta stampata a distanza di quasi due anni mi ha fatto un discreto piacere, ma soprattutto mi ha fatto piacere aver avuto l'occasione di conoscere meglio un pezzo di storia vivente di quegli anni tremendi.



Pensare che quella generazione ci sta lasciando definitivamente mi dà una grande sensazione di smarrimento. Nelle storie e nelle esperienze dei miei nonni e degli altri anziani ho sempre visto le vere radici della nostra terra. Soprattutto da bambino, quando vivevo fuori città, nella bassa, e le campagne "parlavano" del dopoguerra e di una vita di stenti e di sudore versato sui campi.

Oggi, che vivo e che ho quasi 20 anni in più, il legame con il nostro passato lo sento molto più debole, e sono convinto che per molti dei miei coetanei per le persone più giovani di me sia quasi assente. E me ne dispiace molto.



Questa l'intervista che dovrebbe essere pubblicata domani.



Alcide Iotti, 90 anni il prossimo giugno è un testimone dell’uccisione del partigiano Bruno Bonicelli detto Grappino. Più precisamente fu proprio nel cortile di casa sua in via Tassoni, nei pressi della chiesa di San Pellegrino, che il 24 aprile del ‘45 imperversò la sparatoria tra Fiamme Verdi e tedeschi, che portò alla morte di Grappino.

Alcide Iotti, ci racconti i suoi ricordi di quel periodo.


Nell’aprile del ’45 ormai la guerra stava volgendo al termine e i tedeschi presenti sul nostro territorio stavano tutti ripiegando in ritirata. Per questo motivo i partigiani in quel periodo si sentivano abbastanza sicuri e iniziavano a lasciare i loro rifugi in montagna per avvicinarsi alle città.

Il 24 aprile del 1945, in particolare, un gruppo di una mezza dozzina di partigiani delle Fiamme Verdi (i partigiani “democristiani”, ndr) che proveniva dalla zona di Gavasseto, passò da casa mia in via Tassoni, perché era una delle poche case che all’epoca si trovavano lungo il loro percorso di avvicinamento al centro della città.

Poi, che cosa accadde?

Appena li vidi arrivare, corsi subito in contro a loro, per avvertirli che dall’altra parte del fiume Crostolo, a meno di mezzo chilometro da casa mia, era appostato un gruppo di circa 15 tedeschi ben nascosti. All’epoca quella era una zona di aperta campagna e i tedeschi si erano nascosti piuttosto bene. Io ero uno dei pochi a sapere della loro presenza, perché in quei giorni andavo a lavorare nei campi in tutta quella zona e li avevo notati.

Come reagirono i partigiani?

I partigiani pensavano di poter proseguire senza intoppi verso Reggio, non si aspettavano di dover imbracciare i fucili quel giorno. L’unica reazione che ricordo fu proprio quella di Grappino, che disse in dialetto «L’è d’mei, acsè cominsom a fer quél» (meglio, così iniziamo a combinare qualcosa). Per gli altri non ci fu tempo di dire nulla, perché pochi secondi dopo i tedeschi iniziarono a sparare.

La sparatoria fu tremenda. Grappino fu subito colpito al fianco sinistro e non potè raggiungere un riparo come i suoi compagni. Per tutto il resto della sparatoria il giovane invocò l’aiuto del fratello, che era lì con lui tra gli altri partigiani, e di sua mamma. Sia io che suo fratello provammo a prestargli soccorso, ma non era possibile perché le truppe tedesche continuavano a sparare e non permettevano a nessuno di lasciare il proprio riparo. Anche il fratello di Grappino rimase ferito quel giorno, ma fortunatamente per lui si è trattato solamente di una ferita di striscio alla fronte.
Dopo mezz’ora di agonia, poi Grappino morì sotto i nostri occhi.

Come si concluse la sparatoria? Come vi siete salvati?

Per fortuna, dopo quasi due ore di sparatoria arrivarono dei rinforzi per noi. Altre Fiamme Verdi che arrivavano da Roteglia, che ci salvarono la vita facendo fuggire i tedeschi. Arrivarono appena in tempo, per nostra fortuna. I tedeschi infatti continuavano ad avanzare e senza rinforzi nel giro di pochi minuti sarebbero arrivati fino a noi.
In quella stessa giornata poi scoprimmo che a poche centinaia di metri da casa mia, verso Canali, fu ferito a morte dalle truppe nemiche un altro partigiano garibaldino, Enzo Lazzaretti. Più tardi venni a sapere inoltre che anche un tedesco coinvolto nella nostra sparatoria rimase ucciso.

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