mercoledì 17 dicembre 2008

Economia della felicità

Ieri sera ho finito di leggere Economia della Felicità di Luca De Biase, giornalista caporedattore di Nova24, l’inserto del giovedì del Sole24Ore dedicato al mondo dell’innovazione, dove si parla di fonti energetiche rinnovabili, industrial design, nuove tecnologie, web 2.0 e nuovi modelli di business.

De Biase per chi non lo sapesse ha anche un blog, uno di quei blog che fattura qualche migliaio di lettori. Roba grossa, insomma. Ma al contrario di molti suoi colleghi blogstar non ama il copia e incolla e non parla dei soliti due o tre fatti di cronaca arcinoti (applausi).

Economia della felicità è un libro che parla di blog e nuovi media per arrivare a mettere in crisi alcuni fondamenti del mondo della comunicazione tradizionale, del marketing e del sistema economico occidentale stesso.

I concetti alla base del libro sono molto interessanti: si parla di blogosfera come di un ecosistema complesso dove la fiducia tra gli utenti riporta l’individuo al centro di una parte (destinata a crescere) dell'economia. Fino a pochi anni fa la pubblicità delle imprese era solamente unidirezionale e l’utente/cliente/consumatore era solamente passivo. Oggi grazie allo sviluppo dei blog e dei social network sta nascendo un nuovo modello di comunicazione multidirezionale che sta sconvolgendo gli assiomi del marketing del secolo scorso. Gli utenti che prima erano passivi oggi creano contenuti, si scambiano suggerimenti, alimentano critiche e segnalano inefficienze. Si può quasi parlare di un umanesimo del XXI secolo, basato su un atto gratuito di chi investe una piccola parte del proprio tempo per mettere in circolo informazioni con un ottica collaborativa.

I quattro lettori di questo blog che impareranno nel tempo a trovarsi d'accordo con me, per esempio, probabilmente riterranno più fondato un consiglio commerciale scritto qua sopra che un messaggio pubblicitario in prime time su Canale5. E se queste persone, magari dopo aver testato di persona, condividono lo stesso suggerimento con loro conoscenti (o sul web a loro volta), ecco che si avvia un piccolo effetto palla di neve che è costato zero euro e che funziona probabilmente più di una campagna stampa. 10 anni fa questo era un fenomeno che coinvolgeva solo utenti superspecializzati su qualche forum informatico, oggi il potere mediatico del web 2.0 si sta iniziando a manifestare al di fuori della cerchia di appassionati, tra altri 10 anni chissà.

Altra tesi affascinante del libro è quella sull’importanza di un singolo blog, che da solo non vale niente, ma se integrato in un sistema complesso composto di numerosi blog e altre piattaforme, diventa il nodo di una grande rete. E al crescere della rete cresce anche l’importanza del nodo, chiaramente.

A fronte di questo, però il libro ha anche limiti evidenti:

- è caotico. E’ complicato trovare un filo conduttore all’interno delle 200 pagine del libro. Gli spunti interessanti sono innumerevoli, ma c’è troppa carne al fuoco e si fatica a costruire un reticolo mentale che permetta di incasellarli tutti attraverso un percorso logico.

- è ridondante. I concetti fondanti del libro talvolta molto spesso si ripetono. Il livello di approfondimento però rimane sempre inadeguato, forse per i troppi input che il libro vuole fornire. E qui si torna al punto precedente.

- non comunica dati quantitativi. Da un giornalista del principale quotidiano economico italiano ci si aspetterebbe un’analisi anche di tipo quantitativo. Invece di numeri e di dati si scorgono solo pallide tracce. Delusione.

- ha un tono saccente. I nomi di economisti, antropologi, sociologi, tecnologi e marketer vengono sciorinati come se si trattasse di personaggi che tutti dovrebbero conoscere, con una certa saccenza (a tratti sembra di leggere un paper di Dervis Fontecedro o di Luigio Guastardo della Radica, Ah la tauromachia…). Ma sono nomi senza volto e senza storia. Certe confidenzialità meglio riservarle solo a personaggi come John Maynard Keynes e Adam Smith. O per cambiare campo Bill Gates e Steve Jobs.

In generale, è comunque un buon libro adatto soprattutto a chi non è già dentro il web 2.0, o a chi ci ha messo dentro solo un piedino (vedi la bolgia di Facebook). A loro potrebbe servire a capire che dietro alle quattro stupidate di qualche blogger sfigato in realtà c’è una rivoluzione mediatica che è già iniziata senza aver chiesto il permesso a nessuno.

PS – Così, per la cronaca, i post più visitati qua sopra sono Merlino e BNL Revolution. Due post pubblicitari.


2 commenti:

Davide Tarasconi ha detto...

L'ho letto, con molta calma, mentre ero in Erasmus.

Condivido l'appunto sulla caoticità, e ne farei un'altro stilistico: De Biase scrive in "frasette" che spezzando il flusso del testo in una maniera spesso irritante.

Di per sè il libro è molto interessante, però per motivi stilistici e strutturali non è affatto semplice da leggere.

Bugaz ha detto...

Comunque lo rileggerei assolutamente eh... anche se mi aspettavo qualcosa di diverso.

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